Libia: l’Institute for Global Studies incontra Mattia Toaldo

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Il secondo viaggio del Generale Haftar in Russia ha aperto nuovi e vecchi scenari della crisi libica. La base militare russa a Bengasi, l’isolamento italiano e l’ipotetico maxi-investimento cinese in Libia. Ne abbiamo parlato con Mattia Toaldo, esperto di Libia, analista sulla Libia dell’European Council on Foreign Relations a Londra.

Durante i colloqui con Bogdanov, il Generale Haftar ha avanzato la richiesta di revoca dell’embargo sulle forniture di armi. Già a Vienna, nel maggio scorso, la conferenza ministeriale presieduta dal segretario di Stato americano John Kerry e dal Ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni aveva previsto un alleggerimento dell’embargo. Da maggio, qualcosa è cambiato, soprattutto se si considera alla presenza consolidata della Russia in Siria, le nuove relazioni con la Turchia, con l’Egitto e ora la Libia. A tal proposito, dott. Mattia Toaldo, se la fine del blocco possa avvenire e in tempi brevi e, soprattutto, se l’embargo alla Libia possa diventare terreno di scontro tra Russia e ONU/Unione Europea per contenere il Cremlino? <<Sull’embargo, bisogna chiarire due aspetti. Ciò che è stato deciso a Vienna è di garantire un’esenzione al governo di Tripoli sull’embargo sulle armi. Questo vuole dire che il Presidente Serraj, e non Haftar, può presentare una lista di armamenti, specificando il consumatore finale, poi valutata dal Comitato sanzioni del Consiglio di Sicurezza ed eventualmente approvata. Quello che invece Haftar chiede da due anni è l’eliminazione totale dell’embargo o il ritorno allo status quo precedente al 2014, nel quale era previsto una comunicazione degli acquisti di armi, quindi un monitoraggio e non una richiesta di autorizzazione. La risposta di Mosca alla richiesta del Generale è che per ora le forniture di armi non possono avvenire visto l’embargo. Nel Consiglio di Sicurezza, in questo momento, la Russia sulla Libia non ha posto alcuna opposizione alle risoluzioni, assumendo piuttosto un profilo soft. L’unico esempio di dissenso russo alla linea occidentale in Consiglio di Sicurezza è stato sull’Operazione Sofia, perché all’inizio c’era il sentore che si trattasse di un’azione NATO. Si esclude dunque che l’embargo possa diventare terreno di scontro con l’Unione Europea o l’ONU, questo finché non intervenga la NATO>>.

Tanto si è parlato in questi giorni anche della eventuale base militare russa a Bengasi, capitale della Cirenaica, controllata da Haftar, dove recentemente è stata lanciata una durissima offensiva contro le milizie DAESH. Se l’imperativo geopolitico di Obama era, infatti, tener lontano dai mari la Russia, che ha iniziato a pianificare il suo ritorno a partire dal bacino mediterraneo, strategico crocevia del commercio internazionale, secondo Mattia Toaldo, nonostante la smentita del governo libico e russo, la base militare a Bengasi è uno degli elementi della conversazione tra Haftar e Putin. Sebbene, una base militare russa a 600 km dalle nostre coste possa costituire un problema soprattutto per l’Italia, che potrebbe ulteriormente subire l’influenza dell’Egitto in Libia. Infatti, il progetto di Haftar è destinato a soddisfare gli interessi strategici del Cairo, che potrebbe utilizzare la Cirenaica per proseguire la lotta contro i Fratelli Musulmani. Questa operazione potrebbe spingere ciò che resta delle milizie jihadiste in Tripolitania, alle porte dell’Italia, con un aumento dei rischi per la sicurezza anche energetica del nostro paese, tanto da puntare su Haftar? <<Il problema per l’Italia è l’isolamento e, nel caso in cui anche la politica estera del neo Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, dovesse perseguire nuove direzioni e appoggiare Haftar, è difficile che il nostro Paese si adegui, dopo aver puntato e investito sull’esperimento di Unità nazionale. Non c’è dubbio, però, che l’atteggiamento egiziano nella crisi libica renda instabile la parte occidentale della Libia, quella più vicina all’Italia. Instabilità che non dipende solo dalla politica egiziana, ci sono delle cause intrinseche, come dimostrano i recenti combattimenti a Tripoli, e finché non ci sarà una qualche forma di unificazione del settore della sicurezza, la Libia rimarrà instabile>>.

Secondo le dichiarazioni di Al Thinni, anche il colosso cinese è interessato alla Libia e a spostare ingenti capitali. Prendendo per buona la notizia, quali dinamiche potrebbero innescarsi se fosse vero il maxi-investimento della Cina in Libia? <<Io sarei abbastanza stupito, se la Cina avesse deciso di firmare un contratto così ingente con un governo che nessuno, neanche la Cina stessa, riconosce. Un governo che, tra l’altro, anche negli equilibri all’interno dell’est della Libia non è il soggetto più importante, basti pensare che non è chiaro che tipo di rapporto leghi il Primo Ministro al Generale Haftar. Quindi, nutro forti dubbi sulla veridicità della notizia, però aspettiamo di vedere se i cinesi seguiranno la linea russa oppure se avranno un atteggiamento più pragmatico, come loro solito, e cercheranno di tenere i rapporti con entrambi i lati della Libia>>.

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