La lotta al terrorismo in Sinai

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Proseguono senza sosta i combattimenti nella provincia del Sinai, sebbene appaia sempre più lontana l’ipotesi di una vittoria delle forze egiziane sulle milizie jihadiste di Wilayat Sinai, affiliate allo Stato Islamico.

L’agguato terroristico nel nord del Sinai, avvenuto lo scorso 24 novembre e rivendicato dallo Stato Islamico, riporta l’attenzione sulle criticità di un territorio totalmente sfuggito al controllo delle autorità egiziane. Recentemente, il Presidente egiziano aveva esteso lo stato di emergenza e il coprifuoco notturno per altri tre mesi in Sinai, ma il Diritto del martire, la ribattezzata campagna militare condotta dal governo del Cairo non sembra riportare i risultati attesi dal Generale Al Sisi e cresce il numero delle perdite registrato tra le forze di sicurezza del Paese nordafricano.

Il Sinai, che occupa una posizione geografica strategica tra Egitto, Siria e Israele, è diviso in due aree. Se il Governatorato del Sinai del Sud beneficia del turismo e degli investimenti infrastrutturali, è a Nord che le condizioni economiche, politiche e sociali peggiorano. A partire dalla presa di potere di Hamas sulla Striscia di Gaza e gli scontri interni esplosi nel 2011, il Sinai settentrionale è diventato un territorio sicuro per il terrorismo internazionale. Si è assistito, infatti, a una crescente concentrazione di cellule terroristiche, soprattutto nello spazio tracciato tra le città di Rafah, al-Arish e Shaykh Zuwayd. L’assenza delle istituzioni politiche, la proliferazione di traffici illeciti, lo squilibrio tra ricchezza e povertà sono tutti fattori che hanno creato le condizioni ideali per la formazione e la diffusione di organizzazioni di matrice salafita-jihadista, che hanno così guadagnato l’appoggio delle tribù locali, bacino di reclutamento e radicalizzazione di nuove risorse umane attirate dal miraggio di una vita migliore.

L’escalation di violenza in Sinai ha riportato l’attenzione su un territorio che influenza gli equilibri politici ed economici non solo dell’Egitto, ma di tutta la regione mediorientale. Nonostante le ingenti risorse economiche e militari, gli scarsi risultati sul campo lasciano supporre la necessità di cambiare strategia. L’adozione di misure operative più efficaci potrebbe essere sostenuta da una maggiore cooperazione del governo egiziano con le tribù del luogo, estromesse dalla vita politica, e garantire una più incisiva penetrazione nel territorio. La debole fase economica dell’Egitto, però, al momento esclude la possibilità di stanziare ulteriori risorse necessarie ad avviare operazioni di bonifica del Sinai dal terrorismo jihadista.

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