Nessun accordo per l’unificazione di Cipro

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I colloqui di pace in corso in Svizzera sulla riunificazione dell’isola mediterranea in chiave federativa, sono stati interrotti. La negoziazione patrocinata dalle Nazioni Unite nella verdeggiante cornice svizzera di Mont Pèlerin, è terminata senza che i due rispettivi rappresentanti, il greco-cipriota Nicos Anastasiades e il leader turco-cipriota Mustafa Akıncı, riuscissero a trovare un accordo.

“Nonostante i loro sforzi, non sono stati in grado di superare le necessarie ulteriori convergenze sui criteri per la gestione territoriale che avrebbe aperto la strada per l’ultima fase dei colloqui. Le due parti hanno deciso di tornare a Cipro e riflettere sul modo in cui procedere” secondo il comunicato rilasciato dal portavoce delle Nazioni Unite.

La fiducia di una prossima soluzione, espressa e condivida dal segretario generale Ban Ki-moon, si è scontrata con l’ennesima diatriba sulla questione del territorio. Qualsiasi accordo comporterebbe infatti una nuova mappatura dei confini esistenti, un fattore che preoccupa i due presidenti. Infatti, qualora gli attuali abitanti delle rispettive zone dovessero ritrovarsi sotto una giurisdizione diversa, correrebbero forti rischi sui diritti acquisiti e proprietà.

Cipro è divisa dal 1974, ovvero da quando le truppe di Ankara occuparono una parte del Nord dell’isola in risposta a un tentativo d’unione con la Grecia. La parte turcofona si è costituita dal 1983 in Repubblica Turca di Cipro del Nord, un’entità riconosciuta dalla sola Turchia, paese dal quale dipende sia finanziariamente che sotto il profilo energetico e militare.

L’elezione ad aprile 2015 di Mustafa Akıncı a Presidente di Cipro Nord era stata vista dalla comunità internazionale come un segnale molto positivo per l’attesa e auspicata soluzione politica dell’isola. Il social-democratico Akıncı, infatti, ha espresso fin dalla campagna elettorale la propria volontà di far riprendere i colloqui con la controparte greca. La strategia del leader turco-cipriota è stata quella di rafforzare l’indipendenza di Nord Cipro da Ankara, un passo essenziale verso la distensione dei rapporti con la comunità ellenica. Al contrario, la politica di Akıncı, basata su una relazione Nord Cipro-Turchia equivalente a quelle tra due paesi indipendenti e uguali, gli ha portato le critiche di Recep Tayyip Erdoğan. Per il presidente turco la Turchia deve essere necessariamente considerata come la “madrepatria” in quanto garante della sicurezza dei 200.000 turco ciprioti che vivono nell’isola divisa. Ankara conta nell’isola una presenza militare che oscilla tra le 30.000 e le 40.000 unità, una situazione intollerabile per i greco-ciprioti che vedono nel ritiro delle forze turche la conditio sine qua non per un pacifico accordo tra le due comunità isolane.

Altro nodo è rappresentato dalla situazione dei rifugiati di entrambe le parti. Dopo l’invasione turca del 1974, oltre 200.000 greco-ciprioti del Nord dovettero abbandonare i propri beni per rifugiarsi nel Sud dell’isola. Analogo ma dal percorso opposto l’esodo che vide circa 50.000 turco-ciprioti rifugiarsi nella parte occupata dalle truppe di Ankara.

Per il presidente cipriota Nicos Anastasiades un punto fermo è il ritorno di almeno 100.000 rifugiati nel Nord. La città di Morfou (in turco Güzelyurt) è l’emblema della questione. Infatti, se superata l’attuale impasse e dunque instaurata un’unica entità federativa, su quali territori le rispettive amministrazioni avranno autorità? Morfou, a pochi kilometri da Nicosia – ultima capitale europea a essere divisa da un muro – è stata fino al 1974 una città a predominanza ellenico-cristiana caratterizzata da una forte economia agricola. In seguito all’occupazione turca l’intera popolazione locale ha trovato rifugio nel Sud e la città è stata ripopolata da altrettanti rifugiati di etnia turca.  Va da sé che un eventuale ritorno dei rifugiati in città aprirebbe una serie di questioni, dalla terra agli immobili fino agli edifici religiosi che difficilmente potrebbero essere risolte senza un negativo impatto sul fragile equilibrio inter-comunitario.

La richiesta del premier greco, Alexīs Tsipras, di incontrare il prossimo dicembre il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, rivela quanto la situazione cipriota si trovi oggi in uno stallo non più sopportabile per nessuno degli attori, dalle due comunità dell’isola fino alle potenze garanti della Cipro post-coloniale: il Regno Unito, la Grecia e la Turchia.

Il rischio, invece, è che da un possibile e storico accordo si vada verso una crisi e uno stravolgimento di quegli equilibri che hanno mantenuto finora l’isola certamente divisa, ma in pace per quattro decenni.

 

 

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