La resilienza del terrorismo di matrice islamica in Kenya e Somalia

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Nonostante i progressi ottenuti dalle truppe AMISOM e – in misura minore – dall’insieme di milizie che compongono l’esercito somalo, l’insorgenza islamista nel Corno d’Africa continua a dare prova di un’intatta capacità di guerriglia. Nel corso dell’ultimo mese l’Al Shabaab è risalito agli onori delle cronache grazie a due operazioni di grande impatto mediatico nella Somalia meridionale e nel Kenya settentrionale, mentre un gruppo secessionista che un anno fa aveva dichiarato fedeltà allo Stato Islamico ha incassato un altro successo militare nel nord del Puntland.

L’ennesima incursione dell’Al Shabaab in territorio keniota si è registrata nella notte del 24 ottobre, quando un commando armato ha assaltato un albergo nella contea di frontiera di Mandera e provocato 12 vittime prima di fuggire attraverso il confine. L’attacco non è stato un episodio sporadico, avendo seguito di sole tre settimane un altro attentato nella stessa località. La decisione di focalizzare l’attenzione su Mandera è in parte dettata dalla vicinanza geografica con la regione somala del Gedo, dove l’Al Shabaab ha saputo radicarsi sul territorio capitalizzando sullo scontento dei clan locali nei confronti dell’amministrazione del Jubbaland. Tuttavia, l’operazione è prima di tutto il risultato della rete di complicità intessuta dal gruppo islamista nel corso degli anni. Una recente indagine del commissariato della contea di Mandera ha, infatti, rivelato l’esistenza di un’ampio circuito di sostegno logistico e finanziario all’Al Shabaab da parte degli operatori economici della zona: una notizia non del tutto inaspettata dati i rapporti tra le comunità somalo-keniote coinvolte nel commercio transfrontaliero e i gruppi armati che risiedono nella Somalia meridionale, ma che ribadisce come le radici del movimento abbiano attecchito anche nelle province del Kenya settentrionale a maggioranza somala.

Nell’intervallo temporale tra i due attentati di Mandera, l’Al Shabaab ha condotto un’altra operazione nella strategica cittadina di Afmadow, situata lungo l’arteria stradale che collega il confine con il Kenya alla capitale Mogadiscio. Il 23 ottobre, un distaccamento composto da alcune centinaia di combattenti ha attaccato il commissariato locale e saccheggiato parte del centro abitato, prima di ritirarsi in ordine sparso al sopraggiungere dell’esercito keniota. L’incursione ha consentito al movimento di riaffermare la propria presenza in un territorio a lungo sotto la sua sfera d’influenza, ma è soprattutto servita per punire i notabili locali rei di aver collaborato al processo elettorale per il rinnovo del parlamento somalo.

La notizia più importante delle ultime settimane è stata però l’occupazione della cittadina costiera di Qandala – situata nel nord del Paese dinanzi al Golfo di Aden – da parte di una cellula separatasi dall’Al Shabaab nel 2015 per abbracciare la causa dello Stato Islamico. La scelta dell’obiettivo non è casuale: la posizione geografica di Qandala è ideale sia per ricevere rifornimenti via mare dal Yemen che per difendersi da attacchi dall’entroterra, grazie alla conformazione montagnosa del terreno e all’assenza di strade asfaltate. Non va inoltre tralasciato come il capo della cellula secessionista, Sheikh Abdulqadir Mumin, appartenga al clan Majerteen Ali Salebaan, lo stesso che occupa la zona intorno a Qandala. Mumin è stato facilitato nella sua impresa dal fatto che gli Ali Salebaan siano da tempo in rotta di collisione con l’amministrazione centrale del Puntland e non abbiano opposto alcuna resistenza all’ingresso della milizia.

La lettura combinata di questi avvenimenti suggerisce come i due bracci putativi di Al Qaeda e dello Stato Islamico in Somalia si muovano secondo logiche claniche che trascendono la dimensione religiosa. Tanto a Qandala che a Mandera, gli insorti hanno sfruttato le frizioni tra le comunità locali e i rispettivi centri di potere per radicarsi sul territorio e arruolare nuovi adepti. Se nel caso di Afmadow e Mandera la presenza delle truppe AMISOM costituisce però un deterrente all’espansione dell’Al Shabaab al di fuori delle aree rurali, l’occupazione di Qandala potrebbe invece aprire un nuovo capitolo nella politica interna del Puntland. Il contemporaneo impegno delle truppe puntine nella battaglia per Galkayo e sulle montagne di Galgala contro il ramo locale di Al Shabaab rappresenta un disincentivo all’apertura di un terzo fronte di guerra e offre nuovi spazi di manovra all’insorgenza islamista.

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