Gabon: un dialogo impossibile?

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A quasi tre mesi dalle elezioni presidenziali gabonesi, che hanno visto la contestata conferma di Ali Bongo alla guida del Paese, Libreville sembra restare bloccata nell’impasse politico. Nonostante i tentativi di dialogo con l’opposizione del neo-primo ministro Emmanuel Issozé-Ngondet, il candidato sconfitto alle presidenziali di agosto, Jean Ping, continua a rifiutarsi di collaborare con il governo e lancia un suo dialogo, alternativo a quello centrale, tutto interno alle forze di opposizione.

L’avvio di un dialogo nazionale, che il PDG auspica essere mediato da un facilitatore esterno, sulle riforme elettorali e istituzionali del Paese, risulta quanto più cruciale, alla luce delle prossime elezioni legislative, previste per dicembre 2016. Un ritorno alle urne con le stesse disposizioni elettorali e istituzionali e mantenendo il clima politico rovente degli ultimi mesi, infatti, rischia di spaccare nuovamente il Paese ed essere occasione di ulteriori violenze.

Gli sforzi di Issozé-Ngondet per lanciare un dialogo con i membri dell’opposizione e isolare politicamente Ping non sembrano, tuttavia, sortire gli effetti auspicati. Il fronte delle opposizioni resta, almeno per ora, compatto nel rifiutare qualsiasi collaborazione con il governo. Solo alcune singole personalità hanno rilasciato delle dichiarazioni di apertura, come René Ndémézo Obiang, l’ex direttore della campagna elettorale di Ping, o Casimir Oye Mba, importante sostenitore del candidato sconfitto. Oltre a rifiutare la legittimità dell’elezione di Bongo e a denunciarne le responsabilità per le violenze post-elettorali, i sostenitori di Ping ricordano come il dialogo sia stato rifiutato dal presidente gabonese più volte nei mesi precedenti alle elezioni e come, quindi, proporlo ora sia solo un sotterfugio per ripulire l’immagine del regime, guadagnare tempo e posticipare le legislative di dicembre.

Jean Ping, oltre a depositare un nuovo ricorso alla Corte Costituzionale gabonese per contestare la rielezione dell’avversario, sembra cercare all’estero il sostegno per dare un nuovo slancio alla sua contestazione. Gli interlocutori a cui ha rivolto le proprie attenzioni, ad oggi, sono quelli che da subito hanno espresso maggiori perplessità nei confronti dell’elezione di Bongo: Europa (Francia in particolare) e Stati Uniti. Ma l’obiettivo di Ping è anche conquistare la diaspora gabonese, che oltre ad avere diritto di voto, è un attore interessante perché può esercitare pressione sull’opinione pubblica internazionale.

Il tour di Ping sembra particolarmente urgente alla luce dell’atteggiamento degli interlocutori esterni gabonesi, sempre più orientati verso una normalizzazione politica nei confronti del regime di Bongo. Il primo ministro francese Valls, fortemente critico rispetto alle precedenti elezioni del 2009, si è espresso di recente in maniera più moderata rispetto al suo ministro degli esteri Ayrault, che a settembre aveva ritenuto che la pronuncia della Corte Costituzionale gabonese non permettesse di togliere tutti i dubbi sulla regolarità dei procedimenti elettorali del Paese. Una progressiva normalizzazione sembra registrarsi anche in campo africano: il presidente chadiano Idriss Déby, presidente in carica dell’UA, ha infatti sciolto a fine ottobre la sua riserva sulla rielezione di Bongo, con una visita ufficiale a Libreville.

Gli alleati di Ping sperano che la pubblicazione del rapporto degli osservatori dell’Unione Europea sulle elezioni gabonesi, prevista per fine novembre, possa interrompere questa tendenza. Già ad agosto gli osservatori dell’Unione avevano parlato di “anomalie” nello scrutinio: un rapporto critico (e le potenziali sanzioni che potrebbe determinare) fornirebbe un’importante legittimazione esterna alla contestazione. Anche il rapporto sulle elezioni elaborato dall’UA, stando a quanto riportato da RFI, potrebbe rinvigorire la posizione delle opposizioni. Tale rapporto, infatti, parrebbe denunciare come “non verosimili” i processi verbali elettorali della regione di Haut-Ogooué, dove Bongo ha ottenuto il 95% dei voti (che la Corte Costituzionale gabonese ha confermato, in seguito a un ricorso di Ping). Tali processi verbali sarebbero troppo ordinati e accurati rispetto a quelli delle altre province gabonesi e desterebbero quindi sospetti circa la loro autenticità.

Resta in ogni caso da interrogarsi circa la strategia che intenda seguire Jean Ping. Per quanto questi continui ad opporsi al dialogo con il governo e non escluda di tornare alla contestazione di strada, la sua credibilità interna e internazionale non può prescindere dalle pressioni a favore di una risoluzione pacifica della crisi post elettorale del Paese.

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