Etiopia: il rimpasto di governo e le prospettive per gli investitori esteri.

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A distanza di cinque settimane dalla dichiarazione dello stato d’emergenza proseguono le manovre dell’esecutivo etiopico per sedare il malcontento nelle regioni Amhara e Oromia. I poteri speciali concessi alle forze di sicurezza hanno finora evitato il ripetersi di manifestazioni di massa come quelle registratesi all’inizio di ottobre. Ancor più importante, la svolta securitaria ha consentito al primo ministro Hailemariam Desalegn di compiere un ulteriore passo verso il superamento della fase di transizione post-Meles Zenawi. Il processo di rinnovamento della classe dirigente che ha avuto luogo tra la fine di settembre e la prima settimana di novembre nel governo regionale di Oromia e nell’esecutivo federale indica, infatti, il graduale abbandono della collegialità e una maggior concentrazione dei poteri nell’ufficio del primo ministro.
I primi segnali dell’approssimarsi di una svolta politica rispetto al passato recente erano già emersi nella terza settimana di settembre, quando l’Oromo People’s Democratic Organization (OPDO) aveva rinnovato le più alte cariche della propria gerarchia interna. Sebbene passata sotto relativo silenzio da parte della stampa internazionale, la decisione ha rappresentato un momento di cesura per il partito che dal 1992 ha guidato ininterrottamente lo stato regionale di Oromia e sostenuto la coalizione dell’Ethiopian People’s Republic Democratic Front (EPRDF). Per comprendere la portata di questa notizia, è necessario tracciare un breve profilo dei due destinatari del provvedimento di epurazione deciso dal comitato esecutivo dell’OPDO. Il primo, Muktar Kedir, era segretario nazionale dell’OPDO, nonché uno dei principali esponenti della coalizione del EPRDF nello stato di Oromia. Kedir era asceso ai vertici della politica nazionale nel 2012, quando era stato nominato vice-primo ministro – al pari del tigrino Debretsion Gebremichael e dell’amhara Demeke Mekonnen – allo scopo di accompagnare l’azione di governo di Hailemariam Desalegn nella fase di transizione successiva alla morte di Meles Zenawi. Kedir aveva poi abbandonato lo scranno di vice-primo ministro nel 2014 per occupare la presidenza dello stato regionale di Oromia, lasciando in eredità il proprio incarico nell’esecutivo federale alla collega di partito Aster Mamo, a sua volta vice-segretario dell’OPDO. Aster Mamo aveva mantenuto una posizione di primazia nel governo federale anche all’indomani delle elezioni del 2015, quando era stata designata titolare del maxi-ministero per lo sviluppo con rango di vice-primo ministro. La rimozione di Muktar Kedir e Aster Mamo dal partito è stata immediatamente seguita dall’abbandono di ogni incarico di governo, a testimonianza della stretta interrelazione tra struttura partitica e istituzioni statuali.
Il vuoto di potere creatosi a seguito delle dimissioni dei due uomini forti dell’OPDO è stato colmato da Workineh Gebeyehu e Lemma Megersa, nominati rispettivamente segretario e vice-segretario del partito. Workineh Gebeyehu non è una figura sconosciuta all’interno dell’establishment etiopico, avendo già ricoperto il ruolo di Ministro dei Trasporti. La sua promozione a figura più rappresentativa della compagine Oromo è stata certificata in maniera ufficiale il primo novembre, quando il neo-segretario dell’OPDO è stato designato quale nuovo titolare del ministero affari esteri, uno dei dicasteri più influenti e ambiti. Lemma Megersa è invece una sorta di outsider, almeno nelle gerarchie del governo federale. Fino a settembre era, infatti, lo speaker del parlamento regionale: un incarico che gli ha comunque consentito di guadagnare la piena fiducia del partito, tanto da essere designato nuovo presidente dello stato di Oromia proprio in sostituzione del decaduto Muktar Kedir. Il rinnovamento delle gerarchie di potere in Oromia non è comunque giunto come un fulmine a ciel sereno: era tempo che, nei corridoi di palazzo, circolavano voci di un’incomprensione crescente tra governo federale e classe dirigente regionale sul come gestire le proteste dell’ultimo anno, soprattutto in merito all’opportunità o meno di cancellare il piano urbanistico che prevedeva l’espansione della municipalità di Addis Abeba a discapito dello stato di Oromia. Alcune figure eccellenti erano d’altronde già cadute nel mese di Giugno, quando il ministro per l’agricoltura e vice-presidente di Oromia, Zelalem Jemaneh, era stato privato dell’immunità parlamentare e arrestato con l’accusa di corruzione e distrazione di fondi pubblici.
A distanza di poche settimane dal terremoto politico in Oromia – per l’esattezza il primo novembre – Hailemariam Desalegn ha completato il quadro portando a termine l’annunciato rimpasto del governo federale. Le novità più importanti hanno riguardato il dicastero degli affari esteri e quello di portavoce del governo, precedentemente detenuti da due esponenti del Tigray People Liberation Front (TPLF) e ora affidati a due Oromo: il già citato Workineh Gebeyehu e Negeri Lencho, professore di giornalismo all’università di Addis Abeba. A ben guardare, però, il rimpasto è stato soprattutto un’occasione per consolidare la presa del primo ministro sull’esecutivo e diluire la governance collegiale inaugurata nel 2012. Dei tre vice-primi ministri nominati nel 2015 è rimasto, infatti, il solo Demeke Mekonnen, affiliato all’Amhara National Democratic Movement, mentre il vice-segretario del TPLF, Debretsion Gebremichael, ha sì mantenuto un ministero di peso come quello delle telecomunicazioni, ma con un rango pari a quello degli altri membri dell’esecutivo. Sebbene Hailemariam Desalegn abbia giustificato questa ristrutturazione con la necessità di eliminare incarichi ridondanti, appare evidente come il suo potere ne esca rafforzato a discapito di quel TPLF additato dai manifestanti come l’eminenza grigia dietro ogni politica governativa. La reazione delle forze d’opposizione alle nuove nomine è stata tuttavia piuttosto fredda. Molti hanno criticato la mossa del primo ministro come un semplice maquillage, chiedendo piuttosto nuove elezioni e maggior rappresentanza parlamentare per le forze d’opposizione. Nonostante l’inclusione di personalità Oromo, alcuni detrattori continuano inoltre a denunciare il predominio dell’élite tigrina all’interno delle istituzioni. Il nuovo ministro per gli affari esteri Workineh Gebyehu è stato ad esempio additato come rappresentante ombra del TPLF a causa del suo ramo genealogico, al cui interno figurerebbero antenati di discendenza tigrina: un argomento che, al netto di ogni speculazione o fondatezza, bene illustra le difficoltà insite nell’interpretare la politica etiopica attraverso la sola lente delle categorie etniche.
Il rimpasto non aveva il solo obiettivo di allontanare lo spettro di nuove proteste, ma anche di restaurare la fiducia degli investitori esteri e mantenere così i ritmi di crescita a doppia cifra registrati negli ultimi anni. Le performances economiche sono d’altronde il principale strumento di legittimazione del EPRFD: solo poche settimane fa il Fondo Monetario Internazionale aveva annunciato che l’Etiopia si appresterebbe a diventare la prima economica in Africa orientale, sopravanzando così il vicino Kenya. La sostenibilità di questo modello di sviluppo è stata però messa a dura prova dalle manifestazioni di ottobre, quando la folla confluita nelle strade attaccò e distrusse diverse aziende agricole possedute da operatori stranieri in nome della loro presunta collusione con il governo centrale. In alcuni casi – l’Africa Juice, specializzata nella coltura di manghi nella valle dell’Awash, per esempio – i danni provocati sono stati particolarmente ingenti, sebbene il governo abbia pubblicamente dichiarato la propria intenzione di rifondere parte delle perdite. Non tutte le aziende straniere hanno però subito lo stesso trattamento. A pochi chilometri dall’Africa Juice, un’azienda di floricoltura olandese è riuscita a respingere l’assalto della folla grazie all’intervento dissuasivo degli anziani del vicino villaggio: un episodio che mette in luce come la sicurezza degli investimenti nel settore dell’agri-business in Africa sub-Sahariana dipenda in larga misura dal grado di successo nel coltivare rapporti privilegiati con le comunità in loco, più che dalla capacità di controllo del territorio da parte dello stato centrale.

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Luca Puddu PhD è un Senior Africa Analyst dell'Institute for Global Studies, dove si occupa di politica, sicurezza ed economia dell'Africa.

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