Ankara e la questione curda

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A meno di cent’anni dal mai ratificato Trattato di Sèvres, le condizioni per la formazione di un’entità statuale curda paiono meno utopiche che in passato. Dai Peshmerga della Regione Autonoma del Kurdistan Iracheno, impegnati nell’operazione Mosul, alla coalizione curdo-araba delle Forze Democratiche Siriane (FDS) in prima linea nella battaglia di Raqqa, il confine orientale turco è una lunga striscia curda.

Le recenti dichiarazioni irredentiste del Presidente della Repubblica di Turchia, Recep Tayyip Erdoğan, sono da leggersi in tale prospettiva. La minaccia separatista e la sindrome di Sévres sembrano dominare le recenti mosse di Ankara. La nuova linea del governo turco gioca, infatti, su presunti diritti storici in quelle regioni – siriane e irachene – che oggi vedono proprio le formazioni curde protagoniste sia nella gestione del territorio che nella guerra contro il cosiddetto Stato Islamico. Infine, la ripresa del conflitto armato tra lo Stato centrale e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) ha ricondotto il Paese in un periodo di forte instabilità.

Sul fronte interno, il governo monocolore del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp) gioca la carta nazionalista spostando l’asse della sua politica verso posizioni fino ad oggi rappresentate dall’estrema destra turca, quella del Partito del Movimento Nazionalista (Mhp). A farne le spese nel Paese è il Partito Democratico dei Popoli (Hdp), la formazione politica che nelle ultime elezioni del novembre 2015 ha superato l’ostica soglia del dieci per cento e rappresenta oggi le istanze delle minoranze e della sinistra turca. Con l’accusa di presunti legami con il Pkk, sono finiti in manette i due leader del Hdp, Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdağ, insieme ad altri parlamentari e compagni di partito.

La svolta nazionalista del governo centrale, in un clima fortemente teso dalla congiuntura regionale, rischia di esacerbare quelle strutture della società civile tanto vitali al meccanismo democratico, già sotto pressione dagli effetti del fallito golpe di luglio scorso. Alla crescente polarizzazione della società turca si aggiunge adesso la delegittimazione di un partito politico rappresentante oltre sei milioni di elettori, difficilmente etichettabili come una minaccia per il Paese.

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