La crisi siriana incrina le relazioni tra Ryhad e il Cairo

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Il dibattito sulla mancata tregua alla guerra siriana in occasione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha messo a dura prova anche le relazioni tra Egitto e Arabia Saudita. Il voto favorevole dell’ambasciatore egiziano, Amr Aboulatta, alla bozza di risoluzione presentata dalla Russia non piace al suo alter ego saudita alle Nazioni Unite, Abdallah al Mouallimi. Se la stabilità del governo di Al Sisi è in parte dovuta anche al sostegno di Ryhad, le aspettative della dinastia saudita sono state completamente disattese dalla decisione dell’Egitto di prendere posizione contro la strategia araba nella crisi siriana, che punta alla destituzione dell’avversario “apostata”, Bashar al Assad. In seguito al colpo di Stato che, nel 2013, travolge il Presidente Morsi e la Fratellanza musulmana, rivali del regime wahhabita saudita, l’Arabia Saudita ha depositato miliardi di dollari presso la Banca centrale egiziana e, in una recente visita ufficiale in Egitto, re Salman ha assicurato ulteriori investimenti. Gli aiuti economici destinati al Paese non sono stati sufficienti a convincere Al Sisi a sostenere la posizione saudita in Siria, troppo impegnato il leader egiziano a condurre operazioni militari contro le milizie affiliate allo Stato Islamico, Ansar Bayt al Maqdis, nella provincia del Sinai. L’obiettivo prioritario del Cairo è, infatti, sradicare l’islamismo, da quello politico dei Fratelli musulmani a quello jihadista DAESH, e la caduta del regime di Assad potrebbe invece avviare un percorso di transizione politica che includa anche islamisti e jihadisti. Questo spiega il voto egiziano alla bozza di Risoluzione presentata dalla Russia, nella quale era previsto un intervento militare in Siria, garantendo l’appoggio al regime di Damasco e tutelando i rapporti con il governo sciita iracheno e con l’Iran, storico avversario dell’Arabia Saudita. Di risposta, la decisione della compagnia petrolifera di Ryhad, Aramco, di sospendere le forniture di prodotti petroliferi al Cairo e poi l’annuncio che i rifornimenti ripartiranno da novembre potrebbe essere un ultimatum saudita ad Al Sisi, che occupa una posizione politica troppo ambigua per Ryhad. In Libia e in Siria, il Generale è sempre più vicino alla Russia, mentre nello Yemen è schierato con l’Arabia Saudita e contro l’Iran. In questo scenario, il rifiuto del regime del Cairo di inviare le proprie truppe a combattere nello Yemen, sotto la Coalizione a guida sunnita, ma limitandosi esclusivamente ad aderire al blocco navale in corso nello Stretto di Bab el Mandeb, potrebbe essere il segnale di un ulteriore avvicinamento di Al Sisi al Presidente Putin, con il rischio di aprire scenari controversi anche nello Yemen e scombinare così il sistema delle alleanze nell’intera regione mediorientale.

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