Etiopia: dichiarato lo stato d’emergenza

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Sabato 8 ottobre il primo ministro Hailemariam Desalegn ha dichiarato lo stato d’emergenza in Etiopia. Il provvedimento è stato adottato in risposta al dilagare delle violenze nelle regioni di Amhara e Oromia, dove le proteste di piazza sono state seguite da attacchi contro aziende agricole e infrastrutture. Secondo fonti governative lo stato d’emergenza avrà una durata di sei mesi, durante i quali le forze di sicurezza potranno effettuare arresti e perquisizioni senza previo mandato di un tribunale e, in caso di necessità, imporre il coprifuoco o sospendere i mezzi di comunicazione.

I partner occidentali dell’Etiopia hanno reagito con freddezza al provvedimento. Il Dipartimento di Stato ha manifestato il timore che ulteriori restrizioni alle libertà individuali possano aggravare piuttosto che risolvere la crisi in corso, mentre la cancelliera tedesca Merkel, in visita ad Addis Abeba, ha rivolto un invito al Primo Ministro affinché instauri un dialogo con le forze d’opposizione, pur rimarcando come il Paese continui a rappresentare “un punto di riferimento in termini di stabilità e sviluppo economico”. Merkel ha infatti confermato la determinazione a portare avanti i programmi di assistenza in sede bilaterale e multilaterale, offrendo la disponibilità della Germania ad addestrare le forze di polizia per migliorarne la capacità di gestione delle manifestazioni di piazza.

Le autorità etiopiche hanno apparentemente accolto gli auspici alla moderazione. Il Presidente della Repubblica Mulatu, in un discorso tenuto dinanzi al parlamento il 10 ottobre, ha riconosciuto la necessità di avviare un dialogo sulla riforma elettorale per garantire la rappresentatività delle forze d’opposizione all’interno delle istituzioni. Lo stesso proposito è stato reiterato pochi giorni dopo da Hailemariam Desalegn in occasione della conferenza stampa congiunta con la cancelliera Merkel. L’apertura è stata tuttavia rigettata da Merera Gudina, segretario dell’Oromo Federalist Congress, che chiede piuttosto il rilascio degli attivisti arrestati negli scorsi mesi e la creazione di un governo di unità nazionale.

Aumentano intanto le tensioni con l’Egitto, accusato da Addis Abeba di fomentare la deriva violenta delle proteste. Negli scorsi giorni l’ambasciatore egiziano è stato convocato per chiedere spiegazioni su presunti collegamenti tra Il Cairo e il movimento armato Oromo Liberation Front, ipotesi smentita dalle autorità egiziane.

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