Turchia-Iraq: sale la tensione alla vigilia dell’operazione Mosul

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Istanbul, parata miliare (foto di Francesco Pongiluppi)

La Turchia manterrà le proprie truppe in Iraq e parteciperà all’imminente offensiva della coalizione internazionale per liberare Mosul, bastione iracheno dell’auto-proclamato Stato Islamico da giugno 2014. Questa in sintesi la linea di Ankara nonostante le vive proteste di Bagdad e la tensione tra i due governi salita alle stelle nelle ultime settimane.

Le relazioni tra i due Paesi hanno subito una brusca virata da dicembre 2015, ovvero da quando Ankara ha inviato proprie unità di fanteria nella base di Bashiqa, a pochi chilometri da Mosul. Per Bagdad la presenza turca rappresenta una palese violazione della propria sovranità e un atto ostile di una forza straniera. Da allora le continue proteste del premier iracheno Haider al Abadi si sono scontrate con la determinazione di Ankara a considerare la presenza di proprie truppe “legittima” e in linea ai principi della coalizione internazionale anti-Daesh.

Per i turchi Mosul, capitale dell’omonimo Vilayet in epoca ottomana, rappresenta fin dall’occupazione britannica del 1918 una questione irrisolta. Ankara vanta diritti storici sulla città a maggioranza sunnita che per secoli ha fatto parte dell’Impero Ottomano. La presenza turca, nonostante le “pretese irachene” non è in discussione poiché – secondo il Primo ministro turco Binali Yıldırım – vigila su un’eventuale cambiamento della composizione demografica della regione. Ankara è convinta che qualora milizie curde e gruppi sciiti liberassero Mosul la popolazione arabo-sunnita e i turcomanni rischierebbero di dover abbandonare per sempre la città.

La decisione del parlamento turco di prorogare di un anno l’autorizzazione all’impiego di truppe all’estero, ha portato i deputati del governo federale iracheno a votare martedì 4 ottobre una risoluzione che condanna esplicitamente la presenza turca a “forza di occupazione”. La scorsa settimana entrambi i paesi hanno convocato i propri ambasciatori in seguito alla richiesta irachena di una sessione di emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per discutere la presenza di truppe turche non autorizzate nel Paese. Secondo Numan Kurtulmuş, Vice Primo Ministro turco, nessuno ha il diritto di obiettare la presenza della Turchia in Iraq «un Paese a pezzi». Infine a esprimere la netta posizione di Ankara sulla questione di Mosul ci ha pensato martedì 11 ottobre il Presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdoğan all’interno del Eurasian Islamic Council di Istanbul. Erdoğan ha invitato il premier iracheno a “stare al suo posto”.

«Il primo ministro iracheno mi insulta, senza conoscere i propri limiti. Tu non sei il mio interlocutore, non sei al mio livello, non sei un mio equivalente» ha rincarato Erdoğan confermando la volontà turca di partecipare all’operazione Mosul. Se per Ankara l’esercito turco non può «prendere ordini dal premier iracheno», al contrario per Saad al-Hadithi, portavoce di Haider al Abadi, «Erdoğan sta gettando benzina sul fuoco».

Intanto diverse milizie sciite irachene, tra cui Badr, Asa’ib Ahl al-Haq e Kata’ib Hezbollah-Iraq hanno minacciato di colpire le forze turche se queste prolungheranno la loro presenza a Bashiqa. Secondo Ahmad al-Assadi, portavoce delle Unità di Mobilitazione Popolare – la coalizione paramilitare di milizie in maggioranza sciite nata nel giugno del 2014 – la presenza di «queste truppe [turche] è illegale e contro la volontà del governo iracheno, del parlamento e del popolo».

Un’ultima risposta alle dure parole di Erdoğan arriva proprio dal premier iracheno che su Twitter si è riferito all’appello del Presidente turco fatto via video la notte del fallito golpe di luglio scorso: «Non siamo tuoi nemici e libereremo il nostro Paese attraverso la determinazione dei nostri uomini e non attraverso video-chiamate».

La crisi in corso tra Iraq e Turchia non giova di certo all’interesse comune di liberare la città di Mosul dal controllo di Daesh, un’operazione attesa da mesi che rischia ora di slittare. Il pericolo maggiore, invece, è che la diatriba tra Ankara e Bagdad possa degenerare nell’ennesima guerra regionale, un rischio che ha paventato in questi giorni lo stesso Haider al Abadi.

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