Crisi burundese: le risposte del regime alle denunce internazionali

0
597

Il 25 aprile 2015 l’annuncio di una terza candidatura alle elezioni presidenziali burundesi di Pierre Nkurunziza (CNDD-FDD), presidente uscente del Paese, determinava una mobilitazione popolare senza precedenti. Per quasi due mesi i partiti di opposizione e diverse associazioni della società civile organizzano manifestazioni di protesta quasi quotidiane nella capitale. La contestazione muoveva principalmente dalla mancanza di consenso politico nei confronti del leader del CNDD-FDD, ma si faceva forte della denuncia di illegittimità costituzionale della sua candidatura alla presidenza del Paese. L’articolo 96 della costituzione burundese e l’Accordo di pace di Arusha pongono, infatti, il limite dei due mandati presidenziali e Nkurunziza si candidava per una terza volta. Il 5 maggio la Corte Costituzionale, tuttavia, dà il proprio placet alla corsa del leader del CNDD-FDD, ritenendo l’elezione indiretta del 2005 non valida nel conteggio dei due mandati. Per quanto il presidente della Corte lasci il Paese denunciando “pressioni politiche” sulla pronuncia dell’organo costituzionale, Nkurunziza continua la sua corsa per le elezioni.
Il tentato colpo di stato che segue una settimana dopo la pronuncia della Corte (13 maggio) offre al regime la giustificazione perfetta per porre il Paese in uno stato di allerta securitaria. Vengono chiuse le radio private, i mezzi di informazione posti sotto sorveglianza governativa e si susseguono arresti e sparizioni, soprattutto nei quartieri “contestatari” della capitale (Musaga, Jabe, Niakabiga, Cibitoke), dove vengono rafforzati controlli e azioni repressive contro “i putschisti” e i loro complici, categoria interpretata in maniera particolarmente estensiva.
È in questo clima securitario che nel luglio 2015 Pierre Nkurunziza viene confermato dalle urne alla guida del Paese. Per quanto le manifestazioni di protesta progressivamente si diradino, continuano gli arresti arbitrari, le sparizioni e gli omicidi politici ad opera di esercito e polizia, ma anche delle Imbonerakure – ala giovane del CNDD-FDD, ai limiti del corpo paramilitare.

In quest’anno e mezzo di crisi decine di migliaia di cittadini burundesi e buona parte dei leader dei partiti di opposizione e dei movimenti della società civile hanno abbandonato il Paese cercando rifugio negli stati limitrofi o in Europa. Ad oggi si stima che siano 270.000 le persone scappate dal Burundi dall’aprile 2015. Gli osservatori internazionali concordano nel riconoscere come al di là degli incontestabili momenti di degenerazione violenta (non sono mancati gli omicidi politici e a dicembre l’annuncio della costituzione di un gruppo ribelle fece temere lo scoppio di una guerra civile), la contestazione sia stata in larga parte pacifica. La repressione governativa appare invece assolutamente sovradimensionata: ad oggi si stima abbia determinato almeno 500 morti.

Nel corso del 2016 la Comunità Internazionale sembra aver preso coscienza della gravità della situazione del Paese, moltiplicando le denunce dei crimini commessi dal regime burundese. A febbraio Amnesty International ha denunciato l’esistenza di fosse comuni nei pressi di Bujumbura, ad aprile la Corte Penale Internazionale ha aperto un fascicolo preliminare sul dossier burundese e a fine luglio il Comitato contro la Tortura dell’Alto Commissariato per i Diritti dell’Uomo ha denunciato 650 casi di tortura e 350 casi di esecuzioni extragiudiziarie compiuti dalle forze governative burundesi dall’inizio della crisi. Alla luce di questa serie di gravi denunce, il Consiglio per i Diritti Umani ha approvato a fine settembre l’invio di una commissione d’inchiesta internazionale per indagare i crimini internazionali commessi nel Paese da aprile 2015 – nel mirino dell’inchiesta sarebbero 12 personalità vicinissime al presidente Nkurunziza.

L’entourage burundese appare irremovibile di fronte a questi importanti passaggi della Comunità Internazionale, declinando qualsiasi responsabilità rispetto alle accuse mossegli. Diversi esponenti del regime gridano al “complotto internazionale” contro un governo democraticamente eletto e mobilitano la popolazione attraverso manifestazioni di protesta. Il portavoce del governo Nyamitwe ha denunciato la risoluzione del Consiglio per i Diritti Umani come “passée de force”, forte dell’astensione della maggior parte degli stati africani dal voto in Consiglio (elemento sicuramente degno di nota, ma che non può esser considerato al pari di un’opposizione). Domenica 9 ottobre è stata poi annunciata l’intenzione di lasciare la Corte Penale Internazionale, definita “strumento politico per opprimere gli stati africani”, riproponendo una retorica apprezzata nel continente. Lasciare la Corte dell’Aja appare quanto più rilevante per la leadership burundese considerato che uno degli obiettivi della commissione d’inchiesta istituita dal Consiglio per i Diritti Umani è individuare presunti autori di crimini internazionali, che dovrebbero poi essere giudicati dalla Corte.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here