Sud Sudan: Machar tenta di rompere l’isolamento diplomatico.

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Il 6 ottobre è giunta negli Stati Uniti una missione diplomatica del Sudan People’s Liberation Movement – In Opposition (SPLM-IO). Obiettivo della navetta era rompere l’isolamento diplomatico in cui versa il movimento ribelle di Riek Machar, attualmente rifugiato in Sudan dopo la sua deposizione da primo vice-Presidente del Sud Sudan. La tempistica non è casuale: il gruppo di contatto si è recato negli Stati Uniti contestualmente ad una missione ufficiale guidata da Taban Deng, ex negoziatore capo di Machar poi nominato da Kiir primo vice-Presidente in sostituzione dello stesso leader ribelle. L’obiettivo è persuadere l’amministrazione statunitense a tenere maggiormente in considerazione le istanze del SPLM-IO e mobilitare la diaspora sud sudanese Nuer oltreoceano contro Taban Deng, anch’egli di etnia Nuer.

Il SPLM-IO sta sperimentando crescenti difficoltà nel riscuotere sostegno internazionale alla propria causa. È di questi giorni il comunicato ufficiale con cui l’IGAD e la Troika composta da Stati Uniti, Unione Europea e Norvegia hanno condannato l’annuncio di Machar di voler riprendere la lotta armata per rovesciare il “regime razzista” del Presidente Salva Kiir, accusato dai detrattori di voler trasformare il Sud Sudan in uno stato mono-etnico Dinka. Le autorità di Khartoum hanno messo in chiaro come il soggiorno di Machar abbia carattere eminentemente umanitario e come l’ex vice-Presidente sud sudanese non possa svolgere attività politica sul territorio. La precisazione segue il rifiuto dell’Etiopia a concedere asilo politico a Machar fintanto che quest’ultimo persevererà nell’intenzione di condurre guerra contro il governo sud sudanese.

Non meno grave per l’SPLM-IO è la situazione sul campo. Le fazioni armate nello stato di Unity hanno denunciato il confluire di forze ribelli nord-sudanesi reclutate da Juba per riprendere il controllo dei giacimenti petroliferi. Intanto, il governo della Repubblica Democratica del Congo ha ufficialmente chiesto l’evacuazione dal proprio territorio dei circa 750 combattenti del SPLM-IO di stanza nel Nord Kivu.

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