Repubblica Democratica del Congo: rinvio delle elezioni al 2018?

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Sabato 1 ottobre la Commissione Elettorale della Repubblica Democratica del Congo (CENI) ha proposto il rinvio delle elezioni presidenziali al novembre 2018, a due anni di distanza dallo scadere del mandato del presidente uscente Joseph Kabila. Le ragioni alla base del rinvio sarebbero di carattere tecnico, legate a necessità logistiche per l’organizzazione dello scrutinio (l’aggiornamento delle liste elettorali sembra la questione più urgente). Le opposizioni, riunite da Etienne Tshisekedi e Moïse Katumbi nel “Rassemblement”, ritengono eccessivi i tempi proposti e accusano la Commissione di assecondare i tentativi dilatori del presidente Kabila, che non sembra intenzionato a lasciare il potere. La costituzione congolese limita a due i possibili mandati presidenziali e Kabila è già stato eletto nel 2006 e 2011.
Lo stallo del dialogo inter-congolese mediato dall’Unione Africana attraverso Edem Kodjo fa temere che la violenza torni a fare da protagonista della vita politica del Paese, a maggior ragione se si considera che il dialogo non vede la partecipazione di importanti interlocutori politici, quali il Rassemblement e la Chiesa cattolica. Gli scontri sanguinosi del 19 e 20 settembre (49 vittime secondo l’ONU) gettano non poche ombre in tal senso.

La proposta dalla CENI ha provocato forti critiche a livello internazionale, interrompendo la prudenza paralizzante sino a questo momento adottata nei confronti del dossier congolese – di cui venivano denunciati principalmente gli abusi in termini di violazioni dei diritti umani. Il ministro degli esteri francese lunedì 3 ottobre ha affermato l’importanza che il presidente Kabila rinunci a restare al potere rispettando la costituzione del Paese e che le elezioni vengano organizzate nel più breve tempo possibile. Alla pronuncia dell’Esagono seguiranno, presumibilmente, analoghe prese di posizione da parte europea e degli Stati Uniti – essendo Parigi storicamente più indulgente nei confronti di Kinshasa.
La prudenza sembra restare il filo conduttore, invece, delle reazioni degli stati africani, che continuano a proporre un copione già conosciuto in materia di questioni elettorali del continente (si pensi, ad esempio, alle risposte date dall’UA alla recente crisi nel vicino Burundi). L’assenza di una netta presa di posizione sul dossier congolese sembra legata tanto alla paura di creare un precedente, quanto alla volontà di tutelare interessi economici nel Paese, soprattutto per alcuni stati – Sud Africa in testa, accusato numero uno dalle opposizioni dell’impasse politico congolese.

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