Etiopia: nuovi disordini in Oromia

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Non accennano a placarsi le proteste nella regione di Oromia, Etiopia. Domenica 2 ottobre migliaia di persone riunitesi per una ricorrenza religiosa nella città di Bishofu – 40 chilometri a sud est della capitale Addis Abeba – hanno inscenato proteste contro la coalizione dell’Ethiopian People’s Republic Democratic Front e l’Oromo People’s Democratic Organization, il partito al potere nello stato regionale di Oromia. Secondo quanto riportato da fonti governative etiopiche, i manifestanti avrebbero attaccato gli agenti di polizia sul posto con lanci di bottiglie e altri oggetti. A quel punto, le forze di sicurezza avrebbero risposto con gas lacrimogeni e proiettili di gomma, provocando la fuga disordinata della folla e la morte accidentale di 52 persone. Secondo la versione degli attivisti Oromo, le forze di sicurezza avrebbero però utilizzato proiettili letali ed elicotteri da combattimento, mentre il numero di vittime supererebbe le centinaia. Il Primo Ministro etiopico ha imposto tre giorni di lutto nazionale per gli eventi di Bishofu e ha rigettato le accuse di repressione indiscriminata rivolte dall’opposizione, addebitando agli attivisti Oromo la responsabilità di aver preordinato le violenze.

Le tensioni in Oromia si stanno ripercuotendo oltre i confini dell’Etiopia. Lunedì 3 ottobre decine di persone di etnia Oromo si sono riunite nelle strade di Nairobi, inducendo le forze di polizia keniote ad arrestare diversi partecipanti con l’accusa d’ingresso illegale nel Paese. Le denunce di abusi dei diritti umani avanzate da Human Rights Watch e Amnesty International hanno inoltre convinto cinque membri della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti a presentare una mozione in cui chiedono la revisione del programma di assistenza militare all’Etiopia e l’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente che valuti gli addebiti mossi contro il governo. Questi sviluppi mettono in luce il rischio d’internazionalizzazione di una vicenda che ha per ora avuto una dimensione prettamente locale, sebbene la mozione sia difficilmente suscettibile di modificare la politica di Washington verso il suo principale alleato nel Corno d’Africa.

 

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