Libia, una guerra per il petrolio

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Le cancellerie occidentali convergono sul ruolo di primo piano del governo del Presidente Al Serraj, uomo delle Nazioni Unite, nel compito di smantellare lo Stato Islamico e attenuare la crisi libica. È necessario pianificare azioni destinate anche a contenere i flussi migratori che, dopo l’accordo UE-Turchia, rafforzano la rotta mediterranea. Mentre si fa strada l’ipotesi di un intervento militare, Al Serraj si trova a dover far i conti con il Generale Khalifa Haftar, il quale è progressivamente diventato d’intralcio al governo di Tripoli, impegnato nel tentativo di sanare la crisi libica.

Personaggio controverso Khalifa Haftar, legittimo capo delle forze armate del governo di Tobruk secondo la comunità internazionale, che circa due anni fa aveva condotto l’operazione Dignità contro DAESH. Una lotta che il Generale prosegue grazie al sostegno militare degli Emirati Arabi Uniti, nonostante l’embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite a partire dal 2011. È di pochi giorni fa la notizia secondo la quale le milizie fedeli al Generale Haftar abbiano occupato alcuni importanti porti petroliferi, dislocati nella zona orientale della Libia, mettendo in fuga le Guardie del petrolio di Jathran. Una mossa che confermerebbe l’opposizione del Generale al progetto di riunificazione della Libia, di riconciliazione della parte orientale e occidentale del Paese, presentato dalle Nazioni Unite. Con il sostegno di gruppi tribali locali, le truppe di Haftar hanno preso il pieno controllo del terminal petrolifero di Es Sider, Ras Lanuf, Zuetina e Brega, quattro centri strategici il cui controllo dimostra quanto possa essere marginale la presenza dello Stato Islamico in Libia e che la campagna contro DAESH non costituisca poi una così urgente priorità. Si potrebbe piuttosto sostenere che la presenza jihadista abbia fatto da cuscinetto, riducendo gli scontri tra le due fazioni libiche. A seguito dell’operazione, sebbene Serraj abbia ipotizzato una risposta militare, la crisi tra il Presidente e Haftar resta aperta unicamente sul piano politico. Questo è lo scenario che dovrà affrontare il contingente italiano che il governo centrale di Roma ha deciso di inviare a Misurata, al fine di condurre la missione umanitaria “Ippocrate”, approvata a maggioranza dal Parlamento. La missione prevede la costruzione di un ospedale militare all’interno dell’aeroporto della città, a ovest del territorio libico, dove il Lybian National Army combatte contro lo Stato islamico, e l’invio di 65 elementi del personale medico, 135 esperti di logistica e 100 uomini del 186esimo Reggimento Paracadutisti Folgore. Tuttavia, è implicito l’impegno del contingente a garantire anche un supporto politico, e militare, al governo di Serraj. L’obiettivo è liberare Sirte dallo Stato Islamico come preludio alla riunificazione della Libia superando la frammentazione tra gruppi e fazioni interne al paese, ma se il regime militare di Haftar dovesse strutturarsi come forza economica, e negoziale sui tavoli della diplomazia, il totale controllo sulla vendita e sull’intera linea di produzione del petrolio, potrebbe costituire il primo passo verso ambizioni egemoniche del Generale sul resto della Libia.

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