Scontri e decine di morti in Etiopia nelle regioni di Oromia e Amhara

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È gravissimo il bilancio degli scontri ai primi di agosto tra le forze governative e i manifestanti delle etnie Oromo e Amhara in alcune città settentrionali del paese.

Secondo le informazioni trapelate, ci sarebbero stati oltre 90 morti nelle sole città di Bahir Dar e Gondar, sebbene i disordini siano stati segnalati anche a Debre Tabor e in altri centri minori delle province settentrionali del paese.

All’origine delle violenze la decisione proposta dal governo di Addis Abeba di includere nella sua gestione amministrativa una buona parte delle regioni oggi amministrate direttamente dagli Oromo, con la conseguente traslazione delle risorse e del gettito erariale nelle casse della capitale. Non meno importanti anche le ragioni connesse al fallimento della riforma agraria, dove il governo è accusato non solo di una iniqua spartizione delle terre da pascolo ed agricole – la gran parte delle terre etiopiche è demaniale, ed è concessa in uso ad allevatori ed agricoltori – ma anche di non aver predisposto gli adeguati strumenti per l’accesso al credito e al sostegno fiscale.

I disordini di agosto sono solo l’ultimo episodio di una lunga lista di violenti scontri che ormai da quasi un anno si susseguono in buona parte delle province settentrionali, e che hanno lasciato sul campo almeno 400 morti secondo i dati diramati dalle organizzazioni umanitarie.

L’Etiopia torna in tal modo all’attenzione della comunità internazionale dopo diversi anni in cui aveva fatto registrare significativi progressi nello sviluppo economico e nella stabilità, rischiando in tal modo di compromettere l’ingente flusso di aiuti economici che l’Europa e gli Stati Uniti riservano ogni anno allo sviluppo dei programmi e delle infrastrutture in loco.

Le violenze degli scorsi giorni hanno tuttavia anche squarciato il velo di un lungo ed ipocrita silenzio della comunità internazionale sulla questione delle violazioni dei diritti umani e delle libertà politiche in Etiopia, a lungo tollerate in costanza del concreto ruolo di Addis Abeba in Somalia nella lotta alle milizie jihadiste dell’al Shabaab.

La portata della proteste, infatti, ha oggi assunto dimensioni ben più grandi di quelle relative alla mera contestazione circa la gestione amministrativa delle terre degli Oromo e degli Amhara – il governo di Addis Abeba ha sospeso i piani di espansione del suo territorio amministrativo già lo scorso gennaio – spingendosi in direzione della libertà di espressione, del rispetto dei diritti umani, della libertà di espressione politica e per la liberazione dei prigionieri politici.

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