In Yemen la parola torna alle armi

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Si sono conclusi con un nulla di fatto i colloqui promossi dalle NazioniUnite in Kuwait all’inizio del mese tra i rappresentati del governo yemenita e quelli delle milizie Houti, riconsegnando ancora una volta alle armi la gestione dei rapporti di forza sul terreno.

Gli aerei della coalizione araba a sostegno del governo yemenita hanno compiuto l’11 agosto numerose sortite di bombardamento contro un gran numero di obiettivi, interrompendo in tal modo la moratoria di tre mesi stabilita lo scorso maggio.

Particolarmente colpita sarebbe la città di Sana’a e le sue immediate periferie, nell’intento di annientare la catena di comando e controllo delle forze ribelli, per favorirne una dispersione nelle aree montuose più remote dove più difficile è la gestione della catena dei rifornimenti.

Nonostante ogni sforzo della coalizione a guida saudita, tuttavia, le milizie Houti continuano a dimostrare non solo una spiccata capacità operativa ma anche e soprattutto una pressoché immutata spinta motivazionale in direzione della prosecuzione del conflitto, ed in alcun modo la superiorità numerica e tecnologica delle forze della coalizione è riuscita ad avere la meglio sulle unità combattenti delle milizie sciite.

La guerra civile yemenita è iniziata nel 2015, successivamente alla fine del pluriventennale governo di Ali Adbullah Saleh e all’impossibilità di costituire un nuovo governo unitario sotto la presidenza di Abd Rabbo Mansur Hadi, succeduto a Saleh alla carica di presidente nel 2012.

Le milizie sciite Houti (espressione degli Zaidi) si opposero prima alla continuità del governo di Saleh, e poi alla proposta di elezione con candidato unico del 2012 – che garantì ad Hadi una facile vittoria sulle opposizioni – sebbene partecipando alla Conferenza del Dialogo Nazionale fino al 2014.

Quando il governo cercò di prorogare di un altro anno il mandato di Hadi, iniziarono ad intensificarsi gli scontri tra le milizie Houti e quelle governative, sfociando in breve tempo in aperto conflitto con la rapida e pressoché totale sconfitta delle forze militari nazionali nel nord del paese.

Sana’a cadde in mano agli Houti nel settembre del 2014, e ben presto l’avanzata delle milizie sciite sembrò essere inarrestabile, provocando la fuga in Arabia Saudita di Hadi e la successiva formazione di una coalizione a guida saudita per ristabilire il ruolo del governo centrale.

La coalizione – composta da un gran numero di forze militari arabe e alcune africane – non è tuttavia mai riuscita a riprendere l’iniziativa dell’offensiva bellica sul terreno, optando per sistematici bombardamenti a tappeto cui sono imputabili un gran numero di vittime civili.

Con le manifestazioni di sostegno dell’Iran e dell’Hezbollah libanese alle milizie sciite dei ribelli Houti, il conflitto in Yemen è progressivamente transitato in una dimensione squisitamente settaria, andando a costituire uno dei fronti di guerra per interposta persona tra i due grandi attori regionali: l’Iran e l’Arabia Saudita.

Il cessate il fuoco stabilito lo scorso maggio, per quanto fragile e spesso violato, aveva consentito alle Nazioni Unite di poter coordinare almeno una parte delle pianificate azioni di soccorso alle popolazioni civili, permettendo soprattutto di distribuire medicinali nelle regioni più impervie ed isolate.

Con la ripresa dei bombardamenti da parte della coalizione a guida saudita, invece, viene nuovamente a determinarsi l’impossibilità di una continuativa azione delle missioni umanitarie, con il rischio di una nuova sanguinosa fase di conflitto per la popolazione civile delle aree interessate dalle azioni aree.

Secondo le forze governative di Aden e quelle della coalizione la responsabilità per il fallimento dei colloqui in Kuwait è esclusivamente imputabile agli Houti, che hanno anche lanciato numerosi missili rudimentali in direzione del villaggio saudita di Haradh, in prossimità del confine.

Di parere opposto le forze Houti e l’Iran, che accusano l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti di condurre una lotta senza quartiere per imporre il loro ruolo politico ed un presidente fantoccio, nell’ottica di impedire il ruolo e il consolidamento delle altre minoranze del paese.

L’attuale dimensione del conflitto vede anche la partecipazione delle due principali organizzazioni jihadiste regionali, Al Qaeda e Daesh. La prima controlla un’ampia porzione del territorio yemenita e di fatto è espressione sia delle originarie cellule saudite che delle successive yemenite, confluite in una formazione relativamente coesa ed unitaria che ha oggi come primario obiettivo quello della lotta alle milizie sciite degli Houti. La seconda organizzazione è invece presente con cellule autonome il cui interesse è la destabilizzazione generale del paese, ponendosi quindi in una posizione di equidistanza nell’inimicizia sia con gli Houti che con le forze governative di Aden e i loro alleati.

Particolarmente ambiguo è invece il rapporto tra l’Arabia Saudita e le formazioni di area qaedista, ufficialmente presentate da Riyadh come forze nemiche, sebbene in realtà più volte gli interessi di entrambe abbiano coinciso. Una sorta di tacito accordo sembrerebbe essere stato raggiunto tra l’Arabia Saudita e le formazioni dell’AQAP (Al Qaeda in the Arabian Peninsula) sia per il controllo del territorio che per le modalità d’azione contro gli Houti, sollevando in tal modo perplessità in seno ai principali paesi occidentali.

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